23 mag 2008

Responsabilità medica, lesioni personali colpose ed il dies a quo per la querela

Cassazione Penale - Sentenza 3 aprile 2008 , n. 13938

Salute e Sanità - Lesioni personali colpose - Querela della persona offesa - Decorrenza del termine.


Il termine per la presentazione della querela inizia a decorrere quando la persona offesa ha la cognizione di tutti gli elementi di natura oggettiva e soggettiva che consentono la valutazione dell'esistenza del reato. Pertanto, in materia di lesioni personali dovuti a colpa medica, il termine inizia a decorrere quando la persona offesa viene a conoscenza della violazione delle regole cautelari nel trattamento della patologia e dell'influenza causale di questa violazione sull'evento dannoso verificatosi.

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Omissis. Va anzitutto premesso che l'accertamento svolto dal giudice di merito sulla tempestività, o tardività, della querela involge anche un accertamento di fatto che, se condotto con corretti criteri logico giuridici, si sottrae al controllo di legittimità.
Nel caso in esame l'accertamento di fatto condotto dal giudice di merito non è posto in discussione; con il ricorso si contesta invece la correttezza dei criteri utilizzati dal giudice di merito per individuare il momento iniziale del decorso del termine per la proposizione della querela che, per giurisprudenza costante, coincide con quello in cui il titolare del diritto di querela viene a completa conoscenza del fatto reato nei suoi elementi costitutivi di natura oggettiva e soggettiva.
Questa conoscenza non può essere limitata, come ritiene la sentenza impugnata, alla sola consapevolezza dell'esistenza di conseguenze della patologia che ha riguardato la persona ma deve quanto meno estendersi alla possibilità che, su questa patologia, abbiano influito errori diagnostici o terapeutici dei medici che hanno seguito il caso. Diversamente difetterebbe la consapevolezza dell'astratta esistenza di un'ipotesi di reato che non si realizza solo con il verificarsi di un evento materiale ma richiede che la persona offesa abbia coscienza, sia pure sommaria, della violazione di regole cautelari nel trattamento della patologia e dell'influenza causale di questa violazione sull'evento dannoso verificatosi.
In questo senso va interpretata la giurisprudenza di legittimità (compresa quella richiamata nella sentenza impugnata) dalla quale si evince che il termine inizia a decorrere quando la persona offesa abbia la piena cognizione di tutti gli elementi di natura oggettiva e soggettiva che consentono la valutazione dell'esistenza del reato (v. in questo senso Cass., sez. III, 19 dicembre 2005 n. 3943, D., rv. 233483 in tema di violenza sessuale a minore; sez. V, 19 dicembre 2005 n. 5944, A., rv. 233846, in tema di diffamazione "progressiva" a mezzo stampa;; 6 febbraio 2003 n. 11781, B., rv. 223909; sez. II, 24 luglio 2002 n. 299923, B., rv. 222083; sez. V, 20 gennaio 2000 n. 3315, P. rv. 215580).
Orbene non è possibile, nel caso di lesioni colpose astrattamente riconducibili a responsabilità medica, che la mera conoscenza delle conseguenze subite in esito al trattamento terapeutico costituisca consapevolezza dell'esistenza del reato perché difetta ancora, nella persona offesa, la consapevolezza della circostanza che il medico ha violato le regole dell'arte medica cagionando le lesioni.
Nel caso in esame il Tribunale si è limitato all'accertamento della consapevolezza dell'esistenza degli esiti della malattia senza indagare se la paziente fosse a conoscenza degli errori diagnostici e terapeutici ipotizzati e senza verificare se questa conoscenza sia intervenuta solo dopo l'espletamento della consulenza medico legale.
Il ricorso proposto deve dunque ritenersi fondato senza che debba farsi riferimento all'esistenza, nel nostro ordinamento, di una presunzione di tempestività della querela che può essere vinta solo se chi vi ha interesse ne prova la tardività (su questo principio v., da ultimo, Cass., sez. VI, 24 giugno 2003 n. 35122, S., rv. 226327). Omissis."
(fonte: norma.dbi.it)

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